sabato 19 maggio 2012

giovedì 17 maggio 2012

PASSEGGIANDO CON HEGEL A WALL STREET

La seconda intervista con la Storia è di Alberto Sonego che ha immaginato l'incontro con il 
filosofo G.W.F. Hegel in una cornice insolita: Wall Street.





Me lo sono a lungo domandato, “cosa direbbe Hegel di fronte alla situazione politica di questi ultimi mesi? Cosa risponderebbe agli indignados, e, soprattutto, li sosterrebbe/avverserebbe in che modo? In base a quali argomentazioni?”. Me lo sono chiesto finché è successo. Due giorni fa, Hegel si è condensato dalle sue Grunderliniene des Philosophie der Recht; una tremula nebbia si è cristallizzata vicino al termosifone, ed Hegel era lì, con gli occhi sgranati. E ora siamo a New York; e ora, pazientemente, gli sto traducendo i titoli dei giornali di tutto il mondo (tranne quelli tedeschi: lì chiaramente, a parte qualche incomprensione grafica, si arrangia da solo).
Ho deciso di portarlo a New York esattamente quando, dopo avergli fatto leggere qualche libro sulla Shoah, mi sono irritato di fronte al suo fermo asserto, che continuava a ripetere fino alla nausea: “tutto ciò che è reale è razionale”. Non si scandalizzava per niente, ed al massimo mi rimandava a qualche suo passo delle Vorlesungen (piccola parentesi: si irritò a sua volta quando scoprì che nella  piccola biblioteca non ne conservano NEMMENO una copia). Guerra fredda? Anni di piombo? Pinochet? Nulla lo turbò. Si sorprese un poco solo quando scoprì che il suo Stato perfetto (quello prussiano) non esisteva più. Sulle questioni etiche condividevamo ben poco (“Habermas? Kierkegaard? Wer sind sie?” - era chiaro che non li conoscesse. Li fece comunque leggere qualche loro testo, giusto per ridermela un po'). Tuttavia, ero fermamente convinto – potrebbe essere altrimenti?- della sua levatura intellettuale, dello straordinario contributo che l'intero pensiero moderno gli ha sempre, seppur in maniera diversa, riconosciuto ed attribuito. “Hegel, che ne pensa di fare un viaggetto in America?”. Una mia amica traduceva. Lui, un po' incuriosito, acconsentì. Ed ora eccoci sulla 5th Street.
Gli ho raccontato, cercando di essere il più imparziale possibile (e sempre attraverso la traduzione delle mia amica), quello che nei giorni scorsi è successo, quello che gli ultimi mesi hanno scatenato, ed in generale la situazione economica degli ultimi 2 anni. Giustamente, mi obiettò di non conoscere termini quali “spread”, “default”, “crack” o “cassa integrazione”, ma al termine della mia breve arringa (forse non fui proprio così obiettivo) fece molte domande (segno che, in fin dei conti, la lingua e l'epoca diversa non erano così d'impaccio alla comunicazione tra un moderno ed un postmoderno).
Mi sottopose un'obiezione, al termine del mio discorso: perché l'indignazione, perché quel pathos? Un po' mi sorpresi, ma non troppo.
Mi resi conto che sull'altro lato della panchina, intento ad esaminare un hot dog appena comperato, non c'era un hegeliano di sinistra, né un'allodola del mattino. Bensì, una nottola di Minerva, LO hegeliano.
La sua valutazione me la espose quella sera stessa. Credo che scrisse anche qualche riga, dato che si mise alla scrivania verso le 23:00, e lo ritrovai ancora lì, intento a leggere, alle 10:00 della mattina seguente.
Iniziò quella sua perorazione, di nuovo, con la sua celebre frase “tutto ciò che è reale è razionale, tutto ciò che è razionale è reale”. E perché devono per forza esserci pathos, condanna, o, in generale, giudizi di valore? Per Hegel l'approccio valuitativo è ben più distaccato, poiché non prende le mosse da sensazioni emotive, ma opta per una visione razionalizzante di costruzione del pensiero umano e dell'Assoluto. Per dirlo con parole legate all'ambito dell'etica, Hegel non si ispira a valori etici; il suo tentativo non è quello di esporre giudizi di valore, ma giudizi fattuali. Un descrizione che a questo punto non può per sua natura distinguere il giusto dallo sbagliato, e che proprio per questo non può scindere il positivo dal negativo. Lo stesso Assoluto è estraneo a queste valutazioni.
“Ma l'economia di mercato??” mi permisi di obiettargli, “la considera una necessità inevitabile, nonostante i problemi che ha generato?”. Mi vergogno di quella mia ingenuità. Hegel mormorò qualcosa, e la mia amica: “Dobbiamo solo osservare”.
Uscimmo dall'albergo, e continuammo quel dialogo in uno Starbucks del centro.

venerdì 20 aprile 2012

CONVERSANDO CON ZIO EZ

Seduto all’esterno di un caffè, col bavero alzato per resistere all’inverno, osservo sereno la città dal volto più bello del mondo. San Marco batte le tre. Le nuvole, a Venezia, sono belle come in qualsiasi angolo d’Italia. Lo vedo avvicinarsi dalla piazza, anch’egli imbottito per bene fino al collo: col bastone nella destra, barba e baffi bianchi ed il suo solito cappello. Non lo aiuto a salire pei gradini; intuisco di trovarmi di fronte a una persona cui non crea problemi il chiedere assistenza, in caso di bisogno. Nondimeno, mi alzo per accomodargli la sedia e salutarlo come si confà. Tendendogli la mano, mi sento estremamente eccitato e in imbarazzo, mi chiedo: «Cosa trasparirà dal contatto? Intendo... l’intero; tutto quello che si rimescola in me, riuscirà a vederlo?». Da parte sua ricevo una stretta sicura ed un sorriso genuino. Mi rassicura. Si siede con un sospiro di sollievo guardandosi intorno soddisfatto, soffermandosi sul cielo con sguardo deciso, ma sereno. Poi mi chiede il perché di quell’invito e di come può essermi utile, tutto questo in un ottimo italiano con una leggera sfumatura d’accento americano. Non so come rispondergli... ho l’impressione che amerei parlare con lui di ogni cosa, anche della raccolta delle olive. Glielo faccio presente. Lui sorride e si dice contento, ma aggiunge che da qualche parte e in qualche modo devo pure cominciare, almeno per rispetto verso le mie aspettative. Allora (visto che erano state tirate in ballo le olive) gli chiedo a quale “ Promontorio consacrato” si riferisse in quella poesia scritta nei dintorni di Riva, perché ogni volta che mi capita di passarci penso: «Qua può aver camminato...», oppure «forse qui si è seduto...», o «qui potrebbe essersi fermato ad ascoltare...» − mentre sono ascoltato, noto albergare nel profondo dei suoi occhi scuri e veloci la scintilla di una vitalità straordinaria, che diffonde una forza tanto intensa da risultare quasi palpabile. Così cominciamo a conversare partendo da un terreno comune: un terreno fertile e rigoglioso di cui vorrei comprendere a fondo i processi e la natura; il verde terreno che per primo mi ha fatto conoscere il nome della persona che ho di fronte: impareggiabile guardia boschi, giardiniere, ed uomo. «Parlami di quello per cui hai lottato... » gli chiedo d’impatto, nel mezzo di una conversazione che verteva su tutt’altro: «Sai, spesso mi sento inadeguato, pigro e inefficiente... ho come l’impressione di non fare abbastanza e di lasciare andare il possibile per inseguire l’improbabile; strane e dubbiose chimere, forme vaghe e lontane...» la mia voce si smorza in un sussurro. Lui mi guarda serio e tace un momento; ma non come chi sia insicuro su quello da rispondere, bensì come colui che riflette per scegliere le parole più giuste. Nel frattempo, alcuni piccioni si sono avvicinati speranzosi al nostro tavolo planando dai tetti od incedendo sulle zampe squamose. Seppure abbiano impigrito il loro istinto, conservano ancora una certa circospezione nell’avvicinarsi agli uomini; ma non avendo ordinato nulla di solido, manchiamo sia di briciole che di avanzi da lanciare. Stendendo braccia e gambe con moto fulmineo ed un “ Bha!” improvviso il mio compagno li spaventa, facendoli alzare in volo. Lo guardo senza capire: «Creature pigre...» mi dice − poi aggiunge: «Se di tanto in tanto non glielo si ricorda, dimenticheranno anche come si fa a volare...» poi lo vedo seguirli con lo sguardo mentre si allontanano con svelti colpi d’ala verso la piazza: s’alzano sopra i lampioni, oltre le finestre... fino a scomparire oltre i tetti delle case, nel fulvo mantello del tramonto. «Bene, » disse. «Che ne dici, » riprese tornando a guardarmi con quel volto forte e sereno di vecchio: «Se prima di continuare ordiniamo qualcosa?» Seduti all’esterno del caffè, entrambi con le mani serrate sulle tazze di the fumanti, alterniamo il silenzio alle parole. San Marco batte cinque colpi: a poco a poco s’allungano le ombre. Le nuvole, a Venezia − poco prima che sia buio −, sono belle come in qualsiasi angolo d’Italia.


 Francesco Zavio

INCONTRI IMPROBABILI


Alcuni membri del Circolo Pasolini si sono, per così dire, esercitati nello sviluppo di una tematica ampia e affascinante: "se potessi incontrare un personaggio della Storia chi incontreresti? Di cosa parlereste?" Ognuno di noi ha delle preferenze personali: chi un poeta, chi un filosofo, chi un politico o un condottiero ecc. I prossimi testi saranno dunque il resoconto immaginario di un immaginario incontro. Quattro modi di raccontare e “intervistare” quattro personaggi diversi. Ezra Pound, Friederich Hegel, Alekos Panagulis e Martin Lutero: li ritroverete ancora una volta e magari non li riconoscerete oppure li riscoprirete. È immaginazione certo, ma non solo. 

venerdì 13 gennaio 2012

TRITTICO


di Francesco Zevio


TRITTICO





I


“ Non ascoltare, no.
   Non dare ascolto a chi lega le tue mani,
           non ascoltarti.

   Fuggi nel Deserto... là vivrai. Vedrai il sole tramontare e allungando le dita riuscirai a toccarlo, vedrai l’aquila cacciare i serpenti nelle loro tane; là non c’è nessuno da ascoltare.

    Rovine. Ci sono rovine tra le dune. L’erba cresce ancora alla loro ombra, perché ha sempre sete, ha sempre sete... ma l’acqua non basta mai.
Non esistono radici lunghe abbastanza, vieni a vivere nel vento...”

                                                                                  “ No!
                                                            Non ricordi terre mutilate?
                                                            Dove non esistono i bambini e tutto è malato?
                                                            Dove l’acqua è avvelenata e gli sciacalli sempre sazi?

    L’orgoglio e l’accidia ci hanno accecati... perché le nostre case crescono sopra a cimiteri, e ridiamo su pile di morti...
               Che c’è, non vuoi vedere?
Non vuoi vedere le loro facce?  Conoscere i loro nomi? Sai,
stai scacciando le mosche cresciute nella loro carne...







II
Ballad of the Ancients Days





   “ Ascoltami:
la mia vita è votata
ad un ballo di lupi.

Se lenta la notte raccoglie
    dei nostri passi il ritmo fosco,
ladri dei sogni delle foglie,
     è perché non ci sazia il Bosco;
                o il suo spicchio di luna,
                dipinto in uno stagno.

Nelle loro buie caverne
    uomini assistono alla morte,
idoli innominati di creta,
    fermi in fronte a Dorate Porte;
                 che invitano la notte,
                  e insegnano le stelle.

Raccogliete i nostri ululati!
Spargetene il seme perverso
               – ma assetato d’infinito –
tra i vostri figli immacolati!
                                               Ah!
Torneranno a svegliarvi
       – con il sole sulle dita –
ma questa volta,
                 ad insegnarvi la vita !”



III

  Questa nostra civiltà
sta annusando il suo declino.

Morti marciano tra macerie consumate,
                               Inconsapevoli –
                     guidati dai loro stessi assassini;
              smania e bramosia cieca
                                  di rumore,
                                  di denaro,
                                  di scopate in città
                                  di vetro,
                        catrame e cemento... ( triste complotto di stasi delle masse) –
Nuovi conquistador hanno bruciate le foreste
                                                         sacre al nostro culto,
ferito la notte con la luce malata
                                            dei lampioni... ( Quando i veri traditori della legge
saranno scoperti,
mille e Sette Alchimisti sorgeranno
dalla terra...).
Reinventiamo i miti,
ridisegniamo il mondo.

La logica del paradosso è alle porte:
                 Puoi concepire un Tempo senza Spazio?
                 Il dolore senza Male?